SONETAULA
servizio di LUCA SVIZZERETTO
(tratto da Nuovo Oggi di venerdì 7 marzo 2008) - “Lo avevano soprannominato Sonetaula perchè ogni colpo dato a lui faceva sonù e taula, rumore di legna, come ad essere dentro una bara”. Tratto dal romanzo omonimo di Giuseppe Fiori il film diretto da Salvatore Mereu racconta le vicende, dai dodici ai venticinque anni, di un ragazzo sardo. Siamo negli anni ‘40, quando inizia la storia la guerra sta finendo e la Sardegna è una terra quasi abbandonata a se stessa dove il lavoro più diffuso tra gli uomini è quello del pastore, con le sue regole, e dove i banditi latitano tra i monti per sfuggire alle forze dell’ordine. Il padre di Sonetaula viene mandato al confino, da cui non farà più ritorno, per un reato che non ha commesso e lui resta solo con la madre ed il nonno. Un giorno reagirà ad un affronto ’sgarrettando’ il gregge del provocatore, verrà denunciato e per paura invece di rispondere alla chiamata dei carabinieri fuggirà tra le montagne diventando un bandito. Così la sua vita diverrà una continua fuga tra scorribande, ammazzamenti e vita solitaria. Fino all’inevitabile dramma.
Mereu per il suo film ha scelto di percorrere una strada estrema. La sceneggiatura è dura e spigolosa. Gli attori, a cominciare dal protagonista Francesco Falchetto, sono tutti attori non professionisti, ad eccezione di Giuseppe Cuccu e Lazar Ristovski. Non c’è musica ne colonna sonora di alcun tipo, tranne in una scena del film dove un coro di donne canta in una chiesa. L’intero film è parlato in dialetto sardo strettissimo e quindi sottotitolato perchè incomprensibile ai più. La durata è di oltre due ore e trenta minuti.
Apparentemente sembra uno di quei film destinati ad un pubblico ristrettissimo di appassionati. In realtà, nonostante duri molto, scorre molto più di altre pellicole che hanno una durata nettamente inferiore. La storia anche se cruda è chiara e colpisce al cuore. Il quadro storico della Sardegna del primo dopoguerra è molto accurato ed interessante. Inoltre gli attori pur non essendo professionisti riescono a coinvolgere ed appassionare il pubblico. I loro sono volti che rimangono impressi nella memoria e non si scordano subito dopo aver visto il film.
Eppure qualcosa che non va c’è. Dopo la visione resta la sensazione di qualcosa di incompiuto, come un vuoto che non si riesce a colmare. Salvo poi rendersi conto che quel vuoto è un’assenza di sentimento nello svolgimento dei fatti. Non che l’opera completa sia fredda, come abbiamo detto anzi ci si emoziona, eppure manca quel qualcosa di più che solitamente fa la differenza in determinati film.
Alcune scene ci rendono tristi ma non ci si commuove fino in fondo. A tratti si sorride con amarezza ma certamente non si ride. Non si ha l’impressione di una storia d’intrattenimento ma neanche si trova una morale quando si esce dal cinema. Quello che non va è l’assenza di un qualcosa che caratterizzi ‘Sonetaula’. Se non appunto la durezza del lavoro così come è presentato al pubblico. Il regista grida che il destino di chi nasce in certi luoghi è già segnato in partenza. Una storia forte, un romanzo di formazione, trattato con empatia ma senza patetismi (come dicevamo non si versano lacrime), forte ovviamente della lezione di De Seta ma anche del Francesco Rosi di Salvatore Giuliano.
La questione è che alla domanda se il film risulta essere un buon prodotto la risposta è certamente ma dovendo trovare un motivo per andarlo a vedere non appare chiaro cosa dire.
L’aspetto più riuscito è la fotografia. Una Sardegna selvaggia e dai colori a tinte forti che merita di essere sfogliata come un libro d’illustrazioni. Non siamo certi che però bastino delle ottime immagini per rendere una pellicola speciale.
‘Sonetaula’ è stato presentato al Festival di Berlino 2008 ed è prodotto da Andrea Occhipinti e Gianluca Arcopinto.

Trailer Ufficiale del film
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in sardegna non esiste un dialetto ma una pluralità di lingue e nel caso specifico sonoetaula è in lingua logudorese, il sig. svizzeretto , prima di fare recensioni dovrebbe documentarsi meglio.
in questo film..è presente…mio cugino…in bocca al lupo..cuggi…
Grazie per la gentile annotazione. Non credo di aver commesso un errore così grave. Semmai si tratta di una specifica. Parliamo di ‘idiomi’ e ‘linguaggi’ che inseriti in un contesto locale definire ‘dialetti’ è semmai superficiale ma non scorretto. Cmq ripeto grazie perchè la precisione è sempre importante.
L.S.
TRATTO DA WIKIPEDIA:
Il sardo logudorese è uno dei due principali gruppi dialettali della lingua sarda (insieme al sardo campidanese), parlato in larga parte del capo di sopra, ovvero nella parte centrale e settentrionale della Sardegna, da circa 400.000 abitanti. Comprende le sub-varianti del logudorese vero e proprio e del nuorese. La prima ha subito alcune evoluzioni dal logudorese parlato nel Medioevo in parte per un progresso autonomo in parte per i contatti con la lingua castigliana portata dai conquistatori spagnoli. La seconda invece è considerata la più conservativa delle varianti della lingua sarda e di tutte lingue neolatine, la più simile cioè al latino. Tratto caratteristico del logudorese è la conservazione del suono gutturale di C e G anche davanti a vocale: per cui (LA) Caelum > (SC) Chelu (grafia italiana) / Quelu (grafia iberica)(pronuncia: kelu).
Il Sig. Svizzeretto dunque scriveva bene. Non aveva solo specificato di quale gruppo dialettale si trattasse: il logudorese.
Il signor Svizzeretto se fosse un pelino meno presuntuoso arriverebbe di sicuro più lontano…
Mi permetto di fare una piccola precisazione alla recensione del sig. Svizzeretto. Il sig. Giuseppe Cuccu, nonostante la sua bravura e il fatto che da piccolo sia stato uno dei protagonisti del film “Banditi a Orgosolo” di Vittorio De Seta, è tutt’altro che un attore professionista. Fa infatti il muratore, lavoro in cui è tra l’altro molto capace.