servizio di LUCA SVIZZERETTO
(tratto da Nuovo Oggi di mercoledì 1 ottobre 2008) - ‘Miracolo a Sant’Anna’, l’ultima fatica di Spike Lee, è ambientato in Toscana nel 1944, il film parla di quattro soldati neri americani della 92ª Divisione “Buffalo Soldiers” dell’esercito statunitense – interamente composta da militari di colore – che rimangono bloccati in un piccolo paese al di là delle linee nemiche, separati dal resto dell’esercito, dopo che uno di loro ha rischiato la vita per trarre in salvo un bambino italiano. Asserragliati sulle montagne toscane con i tedeschi da un lato ed i superiori americani incapaci di gestire gli eventi dall’altro, i soldati riscoprono una dimenticata umanità tra gli abitanti del paese, insieme ad un gruppo di partigiani e grazie all’innocenza ed al coraggio del bambino italiano, il cui affetto dona loro un segnale di speranza per riuscire ad andare avanti. Mentre il dramma della II Guerra Mondiale infuria, italiani, americani e tedeschi imparano il vero significato di amicizia e coraggio, in questa storia che dimostra cosa siano in grado di fare l’amore ed il potere dello spirito. Da sfondo a tutto questo le ’scorribande’ dei partigiani del posto e proprio a causa del tradimento di uno di loro la rappresaglia dell’esercito tedesco ed il massacro di 570 civili.
Una pellicola lunghissima, ben due ore e trenta minuti, ma poderosa nella sua essenza e nella sua presenza. La storia raccontata con gli occhi di chi l’ha vissuta sulla propria pelle senza far parte di alcuno schieramento e quindi con una visione neutrale, che riesce ad essere spaventosamente reale. La vita insegna che la realtà non piace a tutti, per questo motivo ‘Miracolo a Sant’Anna’ è un film ’scomodo’ per molti e verrà criticato e massacrato da quella stampa che giudica il cinema guardando ai propri interessi politici e non alla bellezza dell’opera.
E’ da applaudire questo lavoro dell’irrefrenabile regista americano per il coraggio che si nasconde dietro ogni singola scena e ogni singola ripresa. Spike Lee ci insegna che in guerra non c’è un buono ed un cattivo. I buoni sono ovunque così come i cattivi, ognuno ha le sue ragioni e ogni vita umana ha lo stesso valore delle altre.
Insegnamenti su cui ognuno di noi dovrebbe riflettere. Certamente devono averci riflettuto i cittadini di San’Anna di Stazzema, che hanno offerto al cittadinanza onoraria al grande cineasta.
Ottimo il cast composto in gran parte di attori americani, insieme ai ‘nostri’ Pierfrancesco Favino e Valentina Cervi, che hanno saputo interpretare al meglio i loro non facili ruoli.
Spike Lee, gli attori e lo scrittore James McBride (autore del romanzo da cui è stato tratto il film) erano a Roma lunedì 29 settembre per presentare il film alla stampa.
Signor Lee, è consapevole che la sua rivisitazione romanzata della resistenza sicuramente scatenerà critiche da parte della sinistra italiana? Il suo film d’altronde è basato sull’invenzione che la strage di cui parla scaturì dal tradimento di un partigiano.
Spike Lee: Come regista di questo film, non mi sento di dover chiedere scusa a nessuno. Un film – spiega – non può essere una fotografia esattissima del passato. Il mio scopo, all’interno di una storia che è inventata, era far rivivere un capitolo della storia italiana che, come mostrano anche queste polemiche, ancora non è risolto. Perché gli italiani, così come i francesi, non erano tutti da parte dei partigiani: che infatti si nascondevano sulle montagne, lasciando loro malgrado la popolazione civile alla mercé delle rappresaglie. Credo che se questo film stimolerà dibattiti e polemiche sulla storia e sul passato dell’Italia e della Seconda Guerra Mondiale sarà certamente un fatto positivo. Ci sono diverse interpretazioni su quello che è successo, ma un fatto è certo: il 12 agosto del 1944 a Sant’Anna di Stazzema, vicino Firenze, la XVI Divisione delle SS ha massacrato 560 civili innocenti.
Perché ha deciso di fare di questa storia un film?
Spike Lee: James ha scritto un romanzo meraviglioso che conteneva tanti ingredienti. E’ un romanzo di guerra che comincia come un thriller in cui si deve scavare per fornire una spiegazione a un omicidio. Inoltre è una storia che parla di fede, di Dio e di religione ed è molto coinvolgente quando racconta dell’incontro tra questi soldati neri e gli abitanti del villaggio in Toscana.
James McBride: La mia è una storia di finzione che è nata il giorno in cui ho messo piede a Sant’Anna di Stazzema. Ho trovato assurdo il fatto che nessuno conoscesse la loro vicenda, quello che era avvenuto lì cinquant’anni prima. Non potevo credere che 560 persone fossero state massacrate e nessuno lo sapesse, perciò dovevo trovare la maniera giusta per raccontare quella storia, affinché la gente ne parlasse. Mi sono chiesto se era più giusto scrivere un libro di storia o un romanzo, poi ho optato per quest’ultimo perché volevo che la storia si trasformasse in una rivelazione. Mi interessava parlare non solo della guerra, ma anche di tutte le difficoltà che questa comportava per gli italiani. Avevo uno spazio limitato e ho trovato nei due personaggi dei partigiani dei simboli per far vedere come la guerra poteva distruggere anche i rapporti di amicizia. Mi dispiace se ho offeso in qualche modo la sensibilità dei partigiani e degli italiani e chiedo scusa. Noi come persone di colore ci sentiamo ancora più vicine a questa situazione e sappiamo come sia difficile avere a che fare con libri su di te scritti da altre persone, ma bisogna dire che anche noi abbiamo partecipato a quella guerra, non stiamo parlando di cose lontane da noi. La mia missione era portare questa vicenda al pubblico, poi le cose sbagliate si possono correggere ed è già una cosa buona se oggi le persone parlano di questo e non del Grande Fratello.
Spike Lee: Come regista del film non chiedo scusa a nessuno. Ci sono tante questioni ancora aperte, c’è un capitolo della storia italiana che non è stato ancora risolto e se vengono fuori queste polemiche significa che il periodo della resistenza è una ferita ancora aperta in Italia. All’epoca i partigiani non erano amati da tutta la popolazione, come era anche per quelli francesi, che facevano quello che dovevano fare e poi si rifugiavano sulle montagne, lasciando la popolazione in balia delle rappresaglie tedesche. Ci sono diverse interpretazioni su ciò che è successo a Sant’Anna, ma la storia è che per un tedesco ucciso, dieci civili italiani dovevano morire, e nel mio film è chiaro il mio punto di vista sulla questione e non ci possono essere fraintendimenti in proposito.
Spike Lee: Se sei un artista e ricevi delle critiche cosa pensate si debba fare? Tagliarsi le vene o gettarsi dall’Empire State Building? Faccio film da 23 anni, mi piace correre dei rischi e ho già ricevuto accoglienze di questo tipo in passato, come per Fa la cosa giusta. Cosa dovrei fare, ritirarmi e fare l’insegnante solo perché il film non è piaciuto a Variety?
James McBride: Spike ha una maniera tutta sua di raccontare la condizione dell’uomo, è una delle poche voci afroamericane che parlano agli afroamericani. Bisognerebbe andare oltre, così da rendersi conto del lavoro che ha fatto con questi attori straordinari. Se un film del genere provoca reazioni, che siano commozione, pianto o rabbia, o se riesce a scatenare un dibattito significa che ha raggiunto il proprio obiettivo.
Spike Lee: Io e Matthew Libatique, il direttore della fotografia, abbiamo visto tante foto del fotografo Robert Capa e tante sequenze di film di guerra, ma non volevamo copiarli perché ci interessava arrivare a uno stile nostro, appropriato ai tempi e alla storia che intendevamo raccontare.
Spike Lee: Ci sono tante cose che non avevo mai fatto prima di questo film, dallo girare in lingue diverse alle sequenze di guerra, oltre naturalmente al fatto di lavorare lontano da casa. La cosa che mi teneva sveglio la notte però, era trovare il bambino giusto per il ruolo di Angelo, perché il suo è un personaggio cruciale ai fini della vicenda. Ai provini per il ruolo si sono presentati più di 5000 bambini e io ne ho visti 100 e Matteo è stato un dono del Signore, perché aveva un volto magnifico, una sensibilità fantastica e grande intelligenza, tutte caratteristiche che sapevo doveva avere il protagonista del mio film.
Pierfrancesco Favino: In Italia la pacificazione tra fazioni opposte ancora non c’è, siamo da sempre, fin dai tempi di Dante, un paese diviso a metà, una situazione confermata anche dalle recenti tornate elettorali. Tramite il mio personaggio non penso si volesse lanciare perciò alcun messaggio. Mi sono preparato al film mettendo insieme le mie conoscenze sull’argomento, la mia passione per Fenoglio, il romanzo di McBride e la sua sceneggiatura, e la consapevolezza che tra i partigiani c’erano sicuramente delle differenze. Sono contento da attore, da persona a cui viene chiesto di restituire la realtà di quel periodo, di aver interpretato un uomo che si chiede se è giusto ciò che fa. Sono figlio dei partigiani, di coloro che hanno reso possibile la nostra libertà, ma mi piace pensare di essere anche figlio di qualcuno che ha avuto dei dubbi.
Valentina Cervi: Sono cresciuta col cinema di Spike Lee ed essendo donna mi è sempre piaciuto il modo in cui raccontava le donne e l’emancipazione femminile. Mi emozionava molto lavorare con lui. Renata è un personaggio che si emancipa attraverso la sessualità e fa da ponte tra le due culture, perciò è stato molto stimolante da interpretare. Non credo ci sia differenza tra registi italiani e registi stranieri, l’importante è avere una visione del mondo personale con la quale un attore può di volta in volta confrontarsi.
Laz Alonso: Per prepararmi al film ho studiato l’epoca in cui è ambientata la storia. In questi sessant’anni sono cambiate tante cose e Spike ci ha fatto vedere filmati e documentari su come noi afro-americani venivamo visti all’epoca e altri filmati sui Buffalo Soldiers, cioè sulle truppe di soldati di colore che combattevano in guerra. Il mio personaggio è cresciuto nel Bronx, parla l’Italiano e per questo ho avuto bisogno di una dialogue coach che mi ha aiutato moltissimo, insegnandomi la lingua italiana dell’epoca, ma anche come improvvisare frasi o come sbagliarle.
Omar Benson Miller: Il mio è un personaggio molto innocente, simile a un bambino, quasi un essere angelico. Ho dovuto solo ricollegarmi col mio bambino interiore. Durante la lavorazione, tendevo a isolarmi da tutto e ho passato molto tempo a giocare con i miei nipotini. Sono stato felice di interpretare una parte della vostra storia, perché anche noi l’abbiamo vissuta e non serve porgere scuse, perché il film è molto profondo, ha tanti strati e diversi livelli di lettura, e poi prima o poi bisogna fare i conti con la storia.
Omero Antonutti: Nel film Spike Lee ha voluto dar voce ai soldati americani di pelle nera che sono morti non nel loro paese, ma in un altro che stavano cercando di aiutare affinché riconquistasse la propria libertà. Con i film di Spike Lee c’è uno riscatto dei cittadini di colore che non sono più di serie B e spero che Barack Obama possa permettere che ciò avvenga anche negli Stati Uniti.
Derek Luke: Oggi gli afro-americani vivono una situazione diversa rispetto a quei tempi, ma è vero che i soldati come gli artisti di colore che vivono negli Stati Uniti spesso si sentono più accettati all’estero che non a casa propria. Nel film non c’è un unico conflitto, ma più guerre: una guerra sociale, una guerra razziale che è quella che si vive negli Stati Uniti e la guerra vera e propria che si combatte sul campo.
Sergio Albelli: Dopo aver letto il copione per la prima volta, mi sembrava che Rodolfo, il personaggio che interpreto, fosse il cattivo della storia. Successivamente non ho mai pensato di limitarmi a recitare la “cattiveria”, ma pensavo che nella guerra quest’uomo si sentisse lacerato dal dolore, tradito e quindi traditore. La sfida era restituire le motivazioni, il perché agisca nel modo sciagurato in cui finisce per agire.
Lydia Biondi: Spike Lee ha una professionalità così rigorosa che in Italia stiamo perdendo. Era da tempo che non lavoravo circondata da persone che conoscono fino in fondo il proprio mestiere e lo esercitano con serietà e passione. Il mio personaggio incarna l’anima di questo paese, lo spirito della semplicità, del conoscersi attraverso strumenti di comunicazione che non siano la lingua, ma la pelle e lo sguardo.
Spike Lee: Io credo che ci saranno sicuramente americani che non voteranno Obama per il suo colore della pelle, ma che non saranno un numero sufficiente a sconfiggerlo. Sono convnto che Barack Obama diventerà il prossimo presidente degli Stati Uniti, ma di certo non sarebbe nella posizione in cui si trova oggi se avesse dalla sua parte solo i voti delle persone di colore.
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