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MARTYRS

servizio di LUCA SVIZZERETTO

(tratto da Nuovo Oggi di giovedì 30 ottobre 2008) – Dopo che per un anno sono state perse le sue tracce, un giorno Lucie viene vista camminare lungo una strada in un evidente stato confusionale. Sul suo corpo non é presente nessun segno di violenza o abuso sessuale e sono molti gli interrogativi su quello che possa essere successo in questo lungo anno. Dopo quindici anni da quella vicenda, Lucie si trova in una casa nel mezzo di una foresta ed impugna un fucile, dopo qualche istante si sentono degli spari, Lucie ha premuto il grilletto ed ucciso un uomo.
Estremo, disturbante, angosciante. Ecco come può essere definito ‘Martyrs’, horror francese del regista Pascal Laugier (che dovrebbe a breve girare il remake di ‘Hellraiser’).
Laugier presentando il suo film a pubblico e giornalisti ha spiegato come sia “dedicato ad un grande maestro quale Dario Argento”, specificando come uno dei suoi desideri sia “rivedere il cinema italiano produrre dei film come quelli degli anni ‘70″.
In questo modo Laugier lascia intendere chiaramente a quale filone del cinema si sia ispirato nel girare il suo ‘Martyrs’. In effetti le critiche di cui è stata ricoperta la pellicola e il rischio di essere vietato ai minori di 18 anni dalla censura Francese, inizialmente stabilito e poi ritirato, ricorda in qualche modo le stesse accuse che ricevevano in quegli anni prodotti come ‘Cannibal Holocaust’ di Ruggero Deodato.
‘Martyrs’ non lascia nulla nell’ombra, tutto viene mostrato nel più classico stile splatter, come oggi ci isegnano gli americani, con saghe come quelle di Hostel e Saw, ma con quel tocco d’autore dietro la macchina da presa che non gli si può negare.
La regia è infatti eccelsa, nei movimenti di camera, scelta dei luoghi dove girare, colori e tonalità ambientali, tutto conferma che a guidare le riprese sia stata una mano di talento.
Anche gli attori non sono da meno, si sono lasciati coinvolgere completamente nella loro parte e nelle scene si nota quanto siano presi dal loro ruolo e da ciò che debbono mostrare al pubblico.
E’ la bellissima protagonista Morjana Alaoui a rivelare che “durante la lavorazione del film ci ho rimesso tre ossa e 6 chili”.
‘Martyrs’ è un prodotto di genere destinato a dividere la critica, tra chi lo riterrà esageratamente violento, pesante, sporco di sangue e privo di morale e chi invece lo ammirerà per la sua intensità, la perfezione del make-up e il fastidio che è in grado di generare nello spettatore.
Certamente da non perdere per gli appassionati, buono per chi è amante del cinema a 360 gradi, da valutare per tutti quelli che si lasciano impressionare dalla minima goccia di sangue.

 

“Non parlare la tua lingua del cazzo nel mio giardino!”

Una Risposta

  1. METAFISICA DELLO SPLATTER
    Un nuovo Archetipo. Cui la definizione di “horror” va indubbiamente stretta, e che dell’Orrore estremizza e sovverte al contempo tutti i topoi più efficaci. Malata, angosciosa e realmente insopportabile trasfigurazione in poesia del dolore. Tanto più brutale in quanto -apparentemente- follemente insensata nella sua lucida perversione. Annichilimento violento e insieme chirurgico dell’Io/spettatore, senza alcuna possibilità di fuga. Un’opera che disturba e disorienta, scavando un solco rosso sangue di cui rimarrà traccia indelebile, in chiunque abbia la (s)ventura di imbattersi nel martirio -neanche a dirlo- che Pascal Laugier allestisce in modo crudelmente magistrale durante i novantacinque minuti della pellicola. Il francese mette in scena una feroce antologia della sofferenza. Uno strumento di supplizio visivo -e non solo- perfettamente oleato e tecnicamente ineccepibile in ogni suo acuminato segmento. Un meccanismo efferato che colpisce incredibilmente duro, per poi trascendere repentino in delirante teologia del dolore. Metafisica dello splatter. Manuale di tortura postmoderna asettico, asciutto, spaventoso e freddo come un cancro. La sublimazione del “terrore” su celluloide, insomma. Di cui il film è essenza intima e stato dell’arte, misto a molto, molto altro. Cinema da subire, in un’apnea priva di qualsiasi liberatoria catarsi che intervenga a stemperarne la tensione. Un’esperienza che ci proietta senza pietà nelle peggiori fobie ancestrali dell’animo umano, e lì ci lascia, al buio, per un bel pò. Inermi testimoni (non a caso l’etimo greco è martyr = testimone) di cotanta paurosa aberrazione. Che disarma, sgomenta e volontariamente svuota di senso qualsivoglia velleità moralizzante/banalizzante nel critichino di turno. Pietra miliare pressoché indiscutibile, destinata a ridisegnare gli standard di genere. Un lavoro che, recuperando e attualizzando la lezione pasoliniana di “Salò”, ridimensiona in modo obiettivo e definitivo tutto ciò che, da “Il Silenzio degli innocenti” (per certi versi altro suo progenitore) ai vari “Saw” e “Hostel” (i cugini deficienti), passando per “Se7en” (da cui recupera la componente mistica) e compagnia squartando, ha fatto gridare al miracolo i più e meno competenti cultori di Cinema “de paura”.

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