servizio di FRANCESCO LOMUSCIO
(tratto da Nuovo Oggi di giovedì 29 gennaio 2009) – “Questa storia ha avuto inizio con i ricordi di quando crescevo nel Bronx e poi questi ricordi sono diventati un’opera teatrale, così ho sfruttato il palcoscenico e tutti i materiali che aveva da offrire per raccontare la storia in quel modo. Sembra che molte persone si appassionassero al tema della certezza e alle sue conseguenze, come se fosse qualcosa di cui dovevano parlare. Ed è stato allora che ho capito che mi sarebbe piaciuto trasformarlo in un film”.
Parole di John Patrick Shanley, vincitore del premio Oscar per la sceneggiatura di “Stregata dalla luna” (1987) di Norman Jevison, il quale, diciotto anni dopo l’esordio registico “Joe contro il vulcano” (1990), torna dietro la macchina da presa per trasformare la sua opera teatrale “Il dubbio” in un lungometraggio cinematografico ambientato nel 1964 in un istituto religioso di St. Nicholas, nel Bronx, poco dopo la morte di John F. Kennedy e alla vigilia del movimento dei diritti civili.
Abbandonati i divertenti “abiti canterini” di “Mamma mia!” (2008) di Phyllida Lloyd, è l’immensa Meryl Streep a concedere anima e corpo alla rigida Sorella Aloysius Beauvier, preside con il pugno di ferro che crede nel potere della paura e della disciplina, la quale, supportata dall’innocente piena di speranza Sorella James, con le fattezze della brava Amy Adams del disneyano “Come d’incanto” (2007), arriva a sospettare fortemente che il deciso e carismatico Padre Flynn, nei cui panni troviamo Philip Seymour Hoffman, presti un po’ troppa attenzione allo studente di colore Donald Miller, interpretato da Joseph Foster.
E, come c’era da aspettarsi, a rappresentare uno dei maggiori punti di forza dei circa 105 lenti ma coinvolgenti minuti di visione sono soprattutto gli splendidi duetti tra una a tratti ironica Streep e un sempre grande Hoffman, entrambi candidati all’Academy Award, come pure la Adams, Viola Davis, che ricopre il ruolo della mamma di Donald, e la sceneggiatura.
Sceneggiatura che, essendo di taglio teatrale, si basa soprattutto sui dialoghi, abilmente gestiti e volti a costruire in maniera progressiva le psicologie dei diversi protagonisti, tra i quali troviamo anche il piccolo Paulie Litt recentemente visto nel wachowskiano “Speed Racer” (2008), immersi nelle fondamentali scenografie del veterano David Gropman cui giova non poco la bella fotografia di Roger Deakins, dispensatrice di una raramente solare atmosfera che sembra porsi a metà strada tra Ingmar Bergman e i racconti dell’orrore di tanti anni fa.
Mentre lo spettatore, dinanzi a una vicenda che non fa altro che porre domande impegnative sulle sfide in un mondo in cui i cambiamenti importanti e i dilemmi morali aumentano di continuo, non sembra essere in grado di schierarsi con nessuno dei personaggi, invaso da quell’incertezza che, sinonimo del titolo dell’operazione, regna nell’aria già a partire dai momenti iniziali.
Fino alla potente e imprevedibile conclusione, tutt’altro che facilmente appagante.




“Nel perseguire il male ci si allontana sempre da Dio, ma c’è un prezzo da pagare”



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